Recensione: Dai tuoi occhi solamente - Francesca Diotallevi

by - gennaio 03, 2019

Buongiorno lettori!
Riprendiamo le fila del blog con la prima recensione dell'anno. Da un paio di anni decido con particolare cura la prima lettura che faccio, visto che in precedenza sono inciampata su romanzi lenti, noiosi o proprio irritanti. Per il 2019 ho deciso di ripartire con un libro di cui si è molto parlato nei mesi precedenti e di cui ho letto solo bene. Si tratta di Dai tuoi occhi solamente di Francesca Diotallevi.


Dai tuoi occhi solamente
di Francesca Diotallevi
Neri Pozza | I narratori delle tavole | 207 pagine
ebook €9,99 | cartaceo €16,50
4 ottobre 2018 | scheda Neri Pozza

New York, 1954. Capelli corti, abito dal colletto tondo, prime rughe attorno agli occhi, ventotto anni, Vivian ha risposto a un'inserzione sul New York Herald Tribune. Cercavano una tata. Un lavoro giusto per lei. Le famiglie l'hanno sempre incuriosita. La affascina entrare nel loro mondo, diventare spettatrice dei loro piccoli drammi senza esserne partecipe, e osservare la recita, la pantomima della vita da cui soltanto i bambini le sembrano immuni. La giovane madre che l'accoglie ha labbra perfettamente disegnate con il rossetto, capelli acconciati in onde rigide, golfini impeccabili. Dietro il suo perfetto abbigliamento, però, Vivian sa scorgere la crepa, il muto appello di una donna che sembra chiedere aiuto in silenzio. Del resto, questo è il suo lavoro: prendersi cura della vita degli altri. L'accordo arriva in fretta. A lei basta poco: una stanza dove raccogliere le sue cose; una città, come New York, dove potere osservare le vite incrociarsi sulle strade, scrutare mani che si stringono, la rabbia di un gesto, la tenerezza in uno sguardo, l'insopportabile caducità di ogni istante. Ed essere, nello stesso tempo, invisibile, sola nel mare aperto della grande città, a spingere una carrozzina o a chinarsi per raddrizzare l'orlo della calza di un bambino. Scrutare i gesti altrui e guardarsi bene dall'esserne toccata: questa è, d'altronde, la sua esistenza da tempo. Troppe, infatti, sono le ferite che le sono state inferte nell'infanzia, quando la rabbia di un gesto - di sua madre, Marie, o di suo fratello Karl, animati dalla medesima ira nei confronti del mondo - si è rivolta contro di lei. Sola nella camera che le è stata assegnata, Vivian scosta le tende dalla finestra, lancia un'occhiata al cortiletto ombroso e spoglio nel sole morente di fine giornata, estrae dalla borsa la sua Rolleiflex e cerca la giusta inquadratura per catturare il proprio riflesso che appare contro l'oscurità del vetro. È il solo gesto con cui Vivian Maier trova il suo vero posto nel mondo: stringere al ventre la sua macchina fotografica e rubare gli istanti, i luoghi e le storie che le persone non sanno di vivere.
Io non so vivere. Non sono capace di esserci fino in fondo, di esserci per davvero. Nelle vite degli altri, nelle loro gioie, nei dolori. C'è in me qualcosa di difettoso, di... mostruoso. Un desiderio di rovina, di autodistruzione. C'è un dolore che preme per essere raccontato, sviscerato, scomposto. È questo che faccio. Racconto sempre la stessa sofferenza. La racconto a me stessa, come un bambino che si racconta le favole chiuso dentro un armadio, perchè ascoltare la propria voce, nel buio, è un modo di distrarsi dalla paura. È un conforto alla solitudine.

@2019 Maloof Collection, Ltd
Leggendo recensioni qua e là ho visto che da molti questo libro viene definito biografia romanzata o anche solo biografia e, dopo averlo letto nel giro di un pomeriggio, mi domando se io e queste persone abbiamo letto veramente lo stesso libro. Perchè? Semplice, di Vivian Maier non si è saputo nulla fino al 2009 e anche oggi, nonostante ricerche su ricerche, di lei si sa poco pochissimo. Quindi in questo libro c'è molto di romanzo e poco di biografia. Questa non vuole essere una critica alla scrittrice, anzi, lei è stata bravissima nel rendere il personaggio Vivian Maier e a darle una forma, un contorno ma anche un colore. Da quei pochi cenni sulla sua vita che sono stati raccolti, Francesca Diotallevi ha tracciato spirito e cuore di una delle più grandi fotografe del '900. 

Tra le pagine di questo bel romanzo troviamo Vivian, 28 anni mal portati, che risponde all'annuncio della ricerca di una tata per due bambini. Ma c'è anche la Vivian bimba lei stessa che, trascinata da una madre rancorosa e crudele da una casa all'altra, da un continente all'altro, si trova ad essere un'adolescente senza radici e senza amore, se non quello malato dell'ennesimo mostro di passaggio.  È da questo passato, da questa infanzia mal vissuta, che esce fuori una donna in perenne fuga dagli affetti ma anche da se stessa, una donna anaffettiva, che osserva il mondo con occhio critico e curioso, che solo nella fotografia trova un modo per vedere davvero, per afferrare l'attimo e appropriarsene. Il gesto proprio di caricare l'otturatore e esporre la pellicola ferma per lei l'attimo perfetto, l'istante della bellezza pura, che sia essa felice o dolorosa, splendente o di pure disperazione. Per questo Vivian nella sua vita svilupperà pochissime foto, le altre resteranno chiuse come un geloso segreto in rullini sepolti in scatoloni, che solo nel 2007 verrano ritrovati, attimi rubati e mai rivisti per la paura che quella perfezione in realtà non ci sia, che anche quella sia fuggita via. 

È un romanzo sulla solitudine quello che mi sono trovata davanti, sull'incapacità di vivere e di creare legami di questa donna che è morta come è vissuta, sola, povera, senza qualcuno vicino.

... non riusciva a fare a meno di invadere l'intimità degli altri, fosse anche solo con lo sguardo. Scandagliare le vite altrui le faceva avvertire meno gravoso il peso della propria solitudine. 

@2019 Maloof Collection, Ltd
Eppure, leggendo delle sue fotografie, degli attimi che sceglie di immortalare, della cura che ha per la sua Rolleiflex improvvisamente abbiamo davanti una Vivian diversa, una ragazza curiosa e attenta, che vede nelle strade di New York il bello dove gli altri trovano solo squallore; una ragazza comunque sfuggente, che nei tantissimi autoritratti non guarda mai l'obiettivo, non fissa mai la donna che è diventata, come se riuscisse a trovare il bello ovunque tranne che in quella donna dai capelli corti e i cappelli a tesa larga. 

L'ho letto con voracità, in un pigro pomeriggio nebbioso. L'ho letto stupendomi di come l'autrice avesse potuto creare così bene un personaggio quasi dal nulla e avesse saputo adattarlo con così tanta maestria  alla ragazza delle foto. Non fatichi a sovrapporre i suoi modi bruschi e silenziosi a quegli occhi sfuggenti. 
Ho amato questo romanzo, ma non adorato in toto, per alcune parti che mi sono sembrate non perfettamente controllate, come se il romanzo fosse sfuggito di mano all'autrice. Piccoli punti che però non hanno rovinato una lettura intensa al limite del drammatico, ma che soprattutto fanno scoprire un personaggio tanto famoso quanto sconosciuto.

Alla prossima




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2 comments

  1. Risposte
    1. Finora è il primo che letto. Magari prima o poi recupero qualche altro titolo, mi ispirava "Le stanze buie"...

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