giovedì 27 dicembre 2018

Recensione: Torto marcio - Alessandro Robecchi

Buongiorno lettori!
Finalmente un giorno di pausa tra una mangiata e l'altra. Oggi giorno di avanzi e di insalatina, il giusto per prepararsi al cenone (e al pranzone) di Capodanno. 
Il mio Natale è stato molto tranquillo: casa, cane, Netflix e libri. Il paradiso insomma. E durante questi giorni di festa ho terminato la lettura di Torto marcio di Alessandro Robecchi.


Torto marcio
di Alessandro Robecchi
Sellerio | La memoria | 415 pagine
ebook €9,99 | cartaceo €15,00
12 gennaio 2017 | scheda Sellerio

"È qualcosa che viene dal passato... Ma c'è un problema: nel passato recente non si trova niente, quello remoto è troppo remoto per scavare". Milano, quasi centro, eppure periferia, "più di seimila appartamenti, famiglie, inquilini legali barricati in casa, abusivi, occupanti regolari, occupanti selvaggi", vecchi poveri, giovani poveri, italiani poveri, immigrati poveri, criminali poveri. Uno di quei posti incredibili, eppure reali, ormai senza rappresentanza politica, dove i piccoli stratagemmi di un welfare fai-da-te sono questione di sopravvivenza. Posti di cui l'informazione parla solo quando si tratta di sicurezza, o razzismo. A pochi chilometri da lì, in una via socialmente distante anni luce, un sessantenne imprenditore molto ricco e dalla vita irreprensibile viene freddato con due colpi di pistola. Una vecchia pistola. E sul corpo, un sasso. Ma "il morto non era uno che di solito muore così". E non sarà l'unica vittima. Per fronteggiare "il ritorno del terrorismo", il ministero manda un drappello di esperti burocrati. Ma la vera squadra d'indagine è clandestina, creata per lavorare sotto traccia e lontano dal clamore mediatico: sono Ghezzi e Carella, due poliziotti diversissimi tra di loro, ma entrambi fedeli più alla verità che all'immagine o alle convenienze. E non sono i soli a indagare su un caso in cui, dall'affascinante vedova agli intrecci d'affari, dalla legge alla giustizia, nulla è ciò che sembra. Carlo Monterossi, l'autore di un affermato programma tivù spazzatura, inciampa per avventura nel «caso dei sassi» mentre si trova a dover recuperare, insieme all'amico detective Oscar Falcone, un preziosissimo anello rubato. Tre storie destinate a incontrarsi in un intreccio dall'ordito perfetto, che resta fino alla fine coperto dal mistero.
Poi pensa che hanno tutti torto. Si, è una storia in cui hanno tutti torto marcio.
E niente, prima o poi doveva accadere. Ho iniziato Torto marcio con il ricordo di Di rabbia e di vento, il romanzo che lo precede, della sua forza e soprattutto della sua intimità. Forse ho sbagliato io a caricarlo di tante aspettative, nel credere che se un libro è bello la serie continuerà sempre così. Torto marcio non è che non mi sia piaciuto, mi ha delusa. Ho cercato per tutta la lettura quel Carlo Monterossi che avevo imparato a conoscere e che nel libro precedente avevo visto sotto una nuova luce. Qui non c'è traccia di quel uomo al punto di svolta. Come mi è mancato il Robecchi più personale che invece mi aveva tanto colpito.
@perunaltracitta.org

Il giallo c'è e mi pure piaciuto. Tre morti, tre sassi su di loro, nessun collegamento. La polizia brancola tanto nel buio che il sovrintendente Ghezzi e colleghi sono costretti ad indagare per conto loro, di nascosto dalla squadra ministeriale inviata da Roma. Carlo, invece, sta facendo il conto alla rovescia, altre 4 puntate e poi potrà dire addio a Crazy Love, il programma televisivo che ha inventato e che si è ridotto ad un vomitevole ammasso di lacrime e mezzucci per alzare lo share. Sulla sua strada verso la libertà un ultimo incarico: convincere la moglie di una delle vittime del killer dei sassi a partecipare al programma.

È proprio vero, Carlo e i guai vanno a braccetto e dopo essere stato invischiato nella morte di una escort di lusso, si trova di nuovo nel pieno di un'indagine per omicidio plurimo. Ma questa volta Robecchi sposta un po' il riflettore dal suo protagonista e lo punta sulla polizia, su Ghezzi e i suoi uomini. Segue tre fili narrativi, tre storie che si intrecciano ma che ci fanno sudare l'elemento comune, quello che dà alla fine soddisfazione al lettore. E qui sono inciampata una prima volta durante la lettura, non trovando il quid di tante pagine, annaspando più volte nel continuare perché non mi sembrava di arrivare mai al punto.
Ma come dicevo quello che più mi è mancato è il Carlo dei bei vecchi tempi, la sua ironia in primis. È un Carlo troppo celebrare quello che ho ritrovato qui, mentre in precedenza era più di pancia, più istinto. Si è spezzato qualcosa in lui, è un uomo irrisolto, ma questo qualcosa lo allontana in qualche modo dal lettore invece di avvicinarlo.

Mi piace come scrive Robecchi e se non avessi letto ciò che lo ha preceduto probabilmente avrei osannato questo libro. Purtroppo l'ho letto e ammetto di esserci rimasta male. I libri precedenti erano stati dirompenti e intensi, qui invece tutto si è fatto un po' distante, come se l'autore di fosse pentito di essere andato così sul personale in precedenza e avesse deciso di ripristinare le distanze. A risollevare il tutto c'è però il finale che alza un pochino l'asticella e il mio umore, ricordandomi il Robecchi che avevo avuto modo di conoscere e amare.

Alla prossima



1 commento:

  1. È normale che in una serie, un libro sia meno bello degli altri che poi quello che ti è mancato è il vecchio Robecchi. Potrebbe cambiare di nuovo nel prossimo e tornare al vecchio oppure fare una nuova sfaccettatura del personaggio... Chissà

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