5 ottobre 2018

Recensione: Resto qui - Marco Balzano

Buongiorno lettori,
oggi inizio la giornata con una nuova recensione. Vi parlerò di Resto qui di Marco Balzano, finalista Premio Strega 2018 e piazzatosi in seconda posizione. 

Resto qui
di Marco Balzano
Einaudi | Supercoralli | 180 pagine
ebook €9,99 | cartaceo €18,00
20 febbraio 2018 | scheda Einaudi




TRAMA
L'acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago. Sul fondale si trovano i resti del paese di Curon. Siamo in Sudtirolo, terra di confini e di lacerazioni: un posto in cui nemmeno la lingua materna è qualcosa che ti appartiene fino in fondo. Quando Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, allora, per non perdere la propria identità, non resta che provare a raccontare. Trina è una giovane madre che alla ferita della collettività somma la propria: invoca di continuo il nome della figlia, scomparsa senza lasciare traccia. Da allora non ha mai smesso di aspettarla, di scriverle, nella speranza che le parole gliela possano restituire. Finché la guerra viene a bussare alla porta di casa, e Trina segue il marito disertore sulle montagne, dove entrambi imparano a convivere con la morte. Poi il lungo dopoguerra, che non porta nessuna pace. E così, mentre il lettore segue la storia di questa famiglia e vorrebbe tendere la mano a Trina, all'improvviso si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l'altro, la costruzione della diga che inonderà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine. Una storia civile e attualissima, che cattura fin dalla prima pagina.

Ti racconterò della vita di noi, del nostro essere sopravvissuti. Ti dirò di quello che è successo qui a Curon. Nel paese che non c'è più.
Oggi i turisti fanno la fila sull'argine del lago per scattare una foto; qualche curioso osserva il pannello con le immagini di com'era la valle prima della costruzione della diga; i più volenterosi si recano nel piccolo museo che racconta la storia di una comunità colpita prima dai fascisti, dai nazisti, dalla fame, dalle bombe e poi dall'ottusità del potere.
@sentres.com
Curon era un piccolo paradiso, come tanti paesi che punteggiavano le Alpi. Sorgeva, anzi sorge, non lontano dai confini con la Svizzera e con l'Austria. Qui la gente si faceva i fatti propri, tanti erano i contadini e i pastori, la vita era routine ma era loro: si curavano le bestie, si portavano lassù sui pascoli in alpeggio, dove l'erba in estate era di un verde intenso e da dove si poteva vedere tutto il fondo valle, Curon, il lago, e più in là San Velentino, Malles. Da qui prende il via il libro di Marco Balzano, da una comunità forte, che vuole lavorare e vivere le terre dei propri nonni, tirare su figli che prenderanno il proprio posto, portare avanti le proprie tradizioni. Balzano ci racconta questa piccola comunità attraverso il racconto in prima persona di Trina, una maestra. Trina è giovane, vuole insegnare ai bambini, ma si diploma in un brutto momento. Il fascismo è al potere e decide di italianizzare tutto, scuola compresa. In una comunità fortemente tedesca è come decidere di amputare un arto, una mano: difficile e doloroso. La scuola sarà solo italiana, i nomi solo italiani, i lavoratori e gli insegnanti arrivano a sciami da ogni parte dell'italico suolo, Sicilia compresa.
L'italiano e il tedesco erano muri che continuavano ad alzarsi. Le lingue erano diventate marchi di razza. I dittatori le avevano trasformate in armi e dichiarazioni di guerra.
E in un tentativo di sradicamento del genere la chimera nazista, che viene dal nord, sembra essere una soluzione allettante. Ma anche da qui non viene niente di buono e Trina è costretta a vedere il figlio partire volontario nell'esercito di occupazione mentre lei  fugge in montagna col marito; là dove prima era bello andare, ora Trina trova solo paura, fame e freddo. Sono gli anni della guerra, del terrore nel sentire un fruscio perché dietro ad un albero potrebbero spuntare i tedeschi. Sono gli anni della fame, perchè ciò che non è morto di stenti e malattia è stato venduto per un pugno di mosche e ora non c'è più niente. Anche la guerra finisce, lasciandosi dietro un disastro umano di proporzioni inimmaginabili, feriti, mutilati, nel fisico e nell'animo. Ciò che non finisce è la paura perchè Curon continua ad essere sotto attacco. No, questa volta non sono i fascisti o i nazisti, questa volta è una diga, un mostro in calcestruzzo che un'astuta politica vuole costruire in valle per creare un enorme lago per la produzione di energia elettrica. Vuole fare una banca dell'acqua a cui attingere per illuminare il progresso. E Curon? Curon deve sacrificarsi e lo farà. Le case abbattute col tritolo, i campi invasi, il cimitero spostato  e non sommerso solo per l'ostinazione di un povero prete di montagna che non ne può più dello strapotere di Roma. Poi c'è quel campanile, che si salva solo perchè del 1300 e la Soprintendenza ha detto che no, non si può abbattere un bene culturale! Ma le case di famiglia della gente si, quei masi passati di padre in figlio, quelli valgono 4 lire, qualcosina di più se c'è la stalla. Il Campanile è ancora lì, pronto a far da sfondo per un selfie, muto davanti all'ignoranza di chi non ha guardato in faccia niente e nessuno.

Per una volta mi sono dilungata un po' sulla storia perchè è una di quelle storie che, non so perchè, mi toccano il cuore e restano lì, a farmi rimuginare ma anche a farmi cercare notizie e informazioni. Il libro di Marco Balzano è breve ma racchiude un mondo. Quello di Trina e di Erich, vite spese a mettere su una famiglia che presto, troppo presto, viene spezzata. Prima dalla sparizione della piccola Marica e poi da eventi più grandi di loro, da quella guerra che è stata dichiara da qualcun altro ma che li vede coinvolti e colpiti. In mezzo la costruzione della diga, inizialmente solo un'idea, quasi un mito, qualcosa che alla fin fine non si realizzerà mai, e poi sempre più concreta, con le ruspe, gli operai, le camionette dei carabinieri. Trina è solo una ragazzina quando il fascismo arriva in valle, ma tutta la sua esistenza sarà segnata da decisioni prese lontano, da chi in valle non c'è mai stato e forse mai ci andrà.

@venosta.net
Balzano ha saputo dare voce alla memoria, al ricordo di chi ha vissuto quegli anni terribili e che ancora oggi ricorda come era il mondo prima, prima degli invasori (italiani o tedeschi poco importa) e degli usurpatori, prima delle promesse mancate e dell'acqua dilagante. E lo ha fatto con grinta, non risparmiando al lettore niente, non la fame o il freddo, non la paura o la rabbia, con una prosa forte e precisa, senza retorica o giri di parole. Ha saputo unire realtà storica e finzione narrativa, che finzione non è. Certo, magari Trina non è esistita ma tutto il resto si. La guerra, i figli al fronte, l'odio verso gli italiani, la speranza nel nazionalsocialismo, la disillusione, i fuggiaschi. La Storia vera, reale, concreta è in ogni riga di questo romanzo, che è storico ma non solo. Perchè tutto viene filtrato tramite qualcosa di più personale, tramite una vita, quella di Trina.

E un romanzo da leggere perchè parla alle coscienze di tutti noi, ci sussurra la verità dietro alla Storia, riporta alla luce episodi che è troppo comodo nascondere in un angolino della nostra società. Sotto quelle acque oggi non c'è quasi più niente, ma a guardare bene si intravvede ancora l'eco di quello che è stata quella valle. La leggenda vuole che quando soffia il vento si sentano ancora le campane del campanile sopravvissuto, anche se quelle campane non ci sono più da molto tempo. Mi piace pensare che sia un promemoria, per chi poteva fermare tutto e non lo ha fatto, ma anche per noi che abbiamo il dovere di non nascondere la testa sotto la sabbia, di ricordare Curon.

Alla prossima


6 commenti:

  1. Una bella lettura senz'altro, ma purtroppo lo avevo trovato un po' troppo furbetto. Storia vera, narratrice (forse troppo) al passo con i tempi, la guerra, il dramma della diga. C'è di tutto un po', e Balzano fa bene con que che ha. Ma avrei preferito osasse di più, che giocasse a carte meno scoperte.

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    1. Credo che il suo intento fosse proprio quello di giocare a carte scoperte, di mostrarti tutto senza filtri. Mi è capitato di leggere altro su questa storia e anche su una per certo versi simile, il Vajont, e quello che salta agli occhi in maniera molto evidente è il tentativo di occultamento pre e post costruzione diga, il cercare di farla passare per un bene per tutti. Balzano ha avuto la bravura di spiattellare la "schifo" che c'è alla base. Parer mio, ovvio. ;)

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  2. Non ho letto questo libro e non so se riuscirò a farlo, ma questa secondo me è la più bella recensione che tu abbia mai scritto.

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    1. Grazie Nadia. C'ho messo il cuore e mi fa piacere che tu lo abbia capito. Mi succede così quando un libro mi colpisce tanto. :)

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  3. Io ho adorato questo libro , ho amato la capacità di raccontare la storia con semplicità ed empatia nonché l'abilità dell'autore di dar voce ad una donna in maniera egregia e l'abilità nel fondere storia e finzione.

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