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Recensione: Il tempo di tornare a casa - Matteo Bussola

Buongiorno lettori!
Il blog è decorato per Natale, la Challenge con Lallì e la Bacci sta per partire, ho iniziato ad aprire il calendario dell'avvento con il cioccolato... direi che dicembre è entrato nel vivo che più vivo non si può. 
Udite udite, ho già pronta per voi per parlarne insieme la mia prima lettura del mese... un record! Settimana scorsa mi era arrivato a sorpresa da Einaudi il nuovo libro di Matteo Bussola, Il tempo di tornare a casa. Vediamo insieme cosa ne penso.


Vivere, in fondo, non è che una serie di storie che si chiudono e si aprono, un continuo stringere la presa e lasciare andare. Una catena infinita di incontri e adii.
Ma tra una fine e un nuovo inizio esiste una stagione dai confini incerti, un guado in cui può capitare di smarrirsi: è il tempo dell'attesa.
Chiuso il libro mi è venuto in mente il film Love Actually. Avete presente? L'inizio, la scena all'aeroporto. Interno, area arrivi aeroporto londinese di Heatrow, voce fuori campo...
Ogni volta che sono depresso per come vanno le cose al mondo, penso all'area degli arrivi dell'aeroporto di Heathrow. È opinione generale che ormai viviamo in un mondo fatto di odio e avidità, ma io non sono d'accordo. Per me l'amore è dappertutto. Spesso non è particolarmente nobile o degno di note, ma comunque c'è: padri e figli, madri e figlie, mariti e mogli, fidanzati, fidanzate, amici.
In un certo senso la scintilla iniziale di Il tempo di tornare a casa mi ha ricordato questo inizio. L'autore non è in aeroporto ma è in una stazione di provincia, perde il treno e deve aspettare lì qualche ora per il successivo. È in quel momento che si intrecciano le storie di tanti personaggi che si incrociano, si sfiorano, si scontrano in quella stazione per continuare poi con la propria vita. Il ragazzo che scappa di casa per andare ad un rave party; l'adolescente appena lasciata dal fidanzato più grande; la coppia sposata che sta partendo per un ultimo viaggio; l'aspirante suicida; queste sono solo alcune delle storie che capitolo dopo capitolo l'autore ci propone, scene di poche pagine in cui lui fa sempre capolino, con il suo berretto giallo e lo zainetto in spalla, a cercare un libro nella libreria, ad aiutare il barista che ha fatto cadere una tazza, a curiosare nel negoziato di gadget. 

Non avevo ancora letto nulla di Matteo Bussola, ma questo libro con un enorme coniglio in copertina mi è letteralmente entrato nel cuore. Si può leggere su più livelli: seguendo i singoli "racconti" o cercando di inserirli in un quadro più grande. 
Ci sono al suo interno storie tristi, storie più allegre, cose buffe, paure, ci sono tutti quegli aspetti che incontriamo nella vita fuori dalle pagine e che a volte neanche notiamo, ma qui, con una stazione a fare da palcoscenico e un autore dal berretto giallo a dirigerne gli attori, tutto diventa evidente, tutto è speciale, unico, anche ciò che solitamente non lo è.  Un carica batterie a forma di unicorno, oggetto lasciatemelo dire piuttosto orrido e che giusto in stazione (o all'autogrill) uno è disposto ad acquistare, diventa in poco tempo bilancia di un successo o di un insuccesso, ma anche di un litigio definitivo o di una speranza in una storia d'amore; una tazza che cade e si frantuma a terra può essere un semplice incidente o anche l'inizio di tutto. Matteo Bussola ci fa riflettere sul caso e sul destino, sui giudizi e sui pregiudizi, ma anche sulle piccole cose che nella vita diamo per scontato e che invece per qualcun altro posso essere la svolta della vita. 

Tante vite, tante esistenze e poi un unico grande finale: il ritrovarsi! In noi stessi, negli altri e con gli altri, a casa e nelle storie degli altri. Tutti siamo protagonisti della nostra storia ma tutti siamo anche attori, piccoli o grandi, nelle storie degli altri. Bussola non solo crede nel potere salvifico delle storie ma ce lo dimostra, un capitolo dopo l'altro, e a conclusione ce lo dice...
Io credo che le storie servano a scaldarci quando il vento è troppo freddo, a farci sentire meno soli, a sapere che tutti, a prescindere dal treno, condividiamo lo stesso viaggio. Servono a permetterci di incrociare sguardi diversi dal nostro. Occhi consumati dalla paura, corrosi dall'ansia, stremati dalla fretta, illuminati dal fuoco di una nascente possibilità. 
«Vivere, in fondo, non è che una serie di storie che si chiudono e si aprono, un continuo stringere la presa e lasciar andare. Una catena infinita di incontri e di addii». Quante esistenze attraversano una stazione affollata. Dietro i volti delle persone in fila all’edicola o al bancone del bar si nasconde un groviglio di desideri e paure, di dolori e speranze. C’è una donna che non deve partire, eppure resta seduta lì, le borse della spesa ai piedi. C’è un padre che ha smarrito il figlio, e un uomo che sta per separarsi dalla donna della sua vita. C’è un marito che vede un enorme coniglio accanto a sua moglie ogni volta che la guarda, una ragazza che riceve messaggi inattesi, un ragazzo che ha preso una decisione irreversibile. C’è il mistero indecifrabile di ogni incontro capace di farci cambiare strada, e il terrore dell’abbandono sempre dietro l’angolo. Poi c’è uno scrittore con un buffo berretto giallo che si aggira fra i binari dopo aver perso il treno, ed è impaziente di salire sul prossimo. Perché sa che alla fine del viaggio troverà la sua famiglia ad aspettarlo. Perché «l’amore ha sempre, sempre a che fare con qualcuno in grado di riportarti a casa». Con la sua voce inconfondibile, Matteo Bussola racconta il nostro ostinato bisogno degli altri, malgrado la possibilità di ferirsi, di tradirsi, malgrado le accuse o i rimpianti. Il suo è un inno al potere salvifico delle storie, grazie alle quali ci sentiamo tutti meno soli.


IL TEMPO DI TORNARE A CASA
di Matteo Bussola
Einaudi | Stile Libero Big | 184 pagine
ebook €9,99 | cartaceo €16,50 | 23 novembre 2021 | scheda Einaudi

Alla prossima



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