giovedì 7 marzo 2019

Recensione: Nel giardino delle scrittrici nude - Piersandro Pallavicini

Buongiorno lettori!
Visto che sono tornata bella attiva e pimpante? Ecco, vediamo di non esagerare che c'ho un'età e la cervicale già urla. In questo soleggiato giovedì vi parlo di un libro in uscita proprio oggi e che ho potuto leggere in anteprima grazia alla collaborazione con Feltrinelli Editore che mi ha inviato una copia. Si tratta di un libro dal forte lato comico, ma anche malinconico, un romanzo che parla di scrittori ed editoria ma anche di rapporti e ruoli: Nel giardino delle scrittrici nude di Piersandro Pallavicini.


Nel giardino delle scrittrici nude
di Piersandro Pallavicini
Feltrinelli | I narratori | 238 pagine
ebook €9,99 | cartaceo €16,00
7 marzo 2019 | scheda Feltrinelli

Sara Brivio viaggia per le capitali europee, compra prime edizioni autografate dei romanzi del cuore, colleziona arte contemporanea, cena in ristoranti stellati. Ma soprattutto si gode il sole integrale nel giardino della sua strepitosa villa nel centro di Milano, alle Cinque Vie, il quartiere dei suoi sogni di ragazzina. Insieme a lei, nude come lei, le due amiche più care, Elena e Fanny, scrittrici. Anche Sara è una scrittrice, come le sue amiche conosciuta solo da un ristretto pubblico di lettori affezionati. Divorziata, evitata come la peste dall'unica, amata figlia, fino a non molto tempo prima viveva da sola in uno squallido appartamentino a Vigevano, tirando avanti a fatica con poche migliaia di copie vendute per libro, qualche recensione, qualche rassegna per l'università della terza età. Poi, allo scoccare dei sessant'anni, ecco arrivare un'immensa, inattesa eredità, la cui sola rendita mensile sfiora i due milioni di euro. La soddisfazione più grande che l'eredità le ha permesso di togliersi? Il Premio Brivio: in palio mezzo milione di euro per un vincitore che come Sara, Elena e Fanny dev'essere un eterno escluso, e una cocente umiliazione, invece, per qualche detestatissimo solito noto del jet set editoriale. Come Daniele Castagnèr, alias El Panteròn, avido e spregiudicato autore di inconsistenti spiritual-gialli regolarmente in testa alle classifiche, con un'igiene incerta, una passione per sgargianti camicie fuori moda e un passato che si intreccia a quello di Sara e delle sue amiche. Mentre la finale del premio si avvicina tra risate, batticuori e una sempre più bruciante nostalgia della figlia, prende forma un comico atto di critica al piccolo mondo letterario, cui si contrappone la passione inalienabile e salvifica per la scrittura e la lettura. E allora cosa rimane di gratificante, una volta pubblicata la tua pregevole opera destinata all'anonimato, se non vincere un premio?


Mi è sempre piaciuto finire in bellezza i miei romanzi, se preferite chiamatela infantile ossessione per il lieto fine, è che ho la sensazione di aver un debito verso i lettori, hanno speso dei soldi per il mio libro, hanno speso una parte della loro vita per leggerlo, non posso lasciarli andare con l'amaro in bocca.

Ammetto di aver letto questo libro un pochino intimorita, perché ad un certo punto del racconto mi sono resa conto 1) di non conoscere manco uno dei libri citati e forse tre autori in tutto e 2) che molto probabilmente il 99% di ciò che leggo la cara Sara Brivio non lo prenderebbe neanche vagamente in considerazione. Sara è un personaggio bello complicato, divorziata da sette anni, ostracizzata dall'unica figlia Monica che non la vuole vedere e non la vuole sentire, un passato da scrittrice pubblicata ma che non è mai riuscita a fare quel passo in più o, meglio, ad avere quell'occasione in più per entrare nell'empireo dei grandi scrittori best seller italiani. Ma ora la sua vita non è più quella di prima. Ha ereditato dal padre tanti soldi, ma non da "ok ci copro il mutuo e qualche sfizio", no no! Tra soldi da parte, azioni e rendita Sara è tranquilla per tutta la vita, può comprare case, fare viaggi extra lusso, collezionare quadri e libri rari e nonostante tutto avrebbe appena scalfito la sua fortuna, avrebbe giusto usato gli spicci che una persona normale trova in fondo alla borsa. E quindi... perchè non creare dal nulla un premio letterario dall'astronomico premio finale e dare una meritata punizione a tutto quel dorato mondo dell'editoria che con trucchi e trucchetti manda avanti non i più bravi ma i più astuti? 

Ho scovato questo libro guardando le uscite che ci sarebbero state a marzo e mi ha molto incuriosito... Insomma dai, un giardino di scrittrici nude? O è un modo di dire o una deve capire che ci sia dietro. Niente modo di dire e niente dietrologie, le scrittrici ci sono e stanno pure nude in giardino. Sara, infatti, abita in una grande casa in pieno centro di Milano in compagnia delle sue migliori amiche, Elena e Fanny che hanno appunto questo simpatico vezzo di passare le loro giornate a prendere il sole in costume adamitico (più che Adamo qui Eva) scrivendo e soprattutto leggendo i libri in concorso per la seconda edizione del premio Brivio.

@pixabay.com
La storia è divertente e soprattutto irriverente. C'è una sana presa in giro di tutti quegli scrittori che si credono Dio sceso in terra e che pensano di saper scrivere solo loro. Tronfi e sbruffoni, vivono per lo più di rendita dai libri precedente, rifilando al lettore la solita storia rigirata e riscaldata. Emblema di ciò è la macchietta per eccellenza, Daniele Castagnèr, alias El Panteròn, unto e bisunto, viscido e avaro, ammazzerebbe la madre pure di vincere un premio, figuriamoci il Brivio che mette in palio un succoso assegno.
Ecco, tutta la parte del premio mi ha proprio divertita. Credo che l'autore si farà non tantissimi amici tra gli assidui dei premi letterari, che guarda caso vincono sempre gli stessi, ma ha saputo dare un quadro disincantato e ironico di un mondo molto dietro le quinte. Insomma, tutti conosciamo il premio Strega, ma alla fine ci limitiamo a vedere la diretta su Rai Uno ogni estate e a guardare il vincitore attaccato alla ben nota bottiglia del liquore giallino (che poi... non sembra invitante francamente). Ma cosa c'è dietro? Come lo si prepara? Il mondo dell'editoria italiana penso resterà un indovinello, avvolto in un mistero, rinchiuso in un enigma (.cit) per molti, figuriamoci per noi lettori a digiuno di dinamiche e movimenti. Pallavicini ci apre uno spiraglio su questo circo e lo fa con irriverenza e ironia, non negandosi qualche frecciatina qua e là.

Un discorso a parte devo farlo invece per Sara. Il personaggio è accattivante, si riesce subito a legare con questa donnina che dall'oggi al domani passa dal contare gli spicci al comprarsi un Jaguard, fa simpatia la sua iniziale incredulità e paura nel toccare questi soldi e il suo successivo togliersi uno sfizio dietro l'altro. Insomma, se la mattina ti viene voglia di cioccolato perchè non fare un salto a Vienna e spendere quattrocento euro per una vera Sacher... In tutto il romanzo si avverte il suo non essere abituata, il suo schermirsi dandosi della piccolaborghese arricchita e pure provincialotta. Tuttavia da una parte ho trovato un po' troppo ripetitivo questo tornare continuo sui soldi, sul fatto di essere scema e ricca, sul elencare prezzi di ogni cosa. Ma lo capisco questo eccesso di reazione. Quello che invece mi è andato meno a genio sono alcune parti eccessivamente esplicite, francamente un po' grevi. Lungi dall'essere bacchettona, le ho trovate troppo crude, quasi non necessarie nell'economia del romanzo. Il concetto ci sta anche ma poteva essere reso in maniera diversa.

Quello che mi ha colpito di più è però il malessere di Sara. Ha ora una bella vita, delle care amiche, una governante che è uno spasso, eppure si legge in lei una solitudine profonda e radicata, struggente, che si traduce in una bulimica ricerca di cose nuove, di oggetti che riempiano la vita, che siano il riscatto per un passato vissuto acconto ad un uomo spregevole. Viaggi, macchine, lo sghiribizzo di comprare una libreria ... le manca comunque qualcosa e qualcuno. Le manca Monica e con lei il desiderio, il bisogno di scrivere, quel guizzo che ti porta ore davanti alla tastiera del computer.

Questa è la potenza della scrittura, che bello se riuscissi a tornare a scrivere anch'io, ma chi me lo fa fare? Dove trovo la forza, la ragione o, come si diceva negli anni novanta, riempiendosene la bocca, l'urgenza, la necessità? Per scrivere occorrono convinzione, disponibilità all'incanto, serenità, appunto, le stesse che occorrono per leggere, solo cento volte più grandi.

È una lettura molto veloce, che ha luci e ombre, un po' come la sua protagonista, che in parte mi ha fatto ridere e incuriosire, in parte mi ha lasciata più perplessa.

Alla prossima



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