lunedì 28 dicembre 2020

Recensione: Gli ultimi giorni di quiete - Antonio Manzini

Buongiorno lettori!
Sopravvissuti alla prima infornata di lasagne, arrosti e panettoni? Ricordate, Natale è solo la fase uno, tra pochi giorni ci sarà Capodanno... e lì il gioco si farà duro!

Tra uno spaghetto alle vongole e una teglia di lasagna ho terminato un libro bellissimo, che mi ha fatto venire i brividi per gli argomenti trattati e per il modo in cui lo ha fatto. L'autore è una certezza in un certo senso, Antonio Manzini, ma questa volta siamo ben lontani da Rocco Schiavone e da Aosta. Si tratta del nuovo libro di Manzini, Gli ultimi giorni di quiete.


GLI ULTIMI GIORNI DI QUIETE
di Antonio Manzini
Sellerio Editore | La memoria | 240 pagine
ebook €9,99 | cartaceo €14,00
22 ottobre 2020 | scheda Sellerio Editore


Una mattina qualunque, per caso, Nora riconosce un volto in treno. È la persona che le ha distrutto la vita. Lei e il marito Pasquale sono i proprietari a Pescara di una avviata tabaccheria. E proprio in questa sei anni prima nel corso di una rapina un ladro ha ucciso il loro unico figlio Corrado. Nora non può credere che il carnefice di un ragazzo innocente – del loro ragazzo innocente! – possa essere libero dopo così poco tempo. Non può credere che la vita di suo figlio valga tanto poco. Ma è così, tra la condanna per un omicidio preterintenzionale e i benefici carcerari. Da questo momento Nora e Pasquale non riescono a continuare a vivere senza ottenere una loro giustizia riparatrice. Il marito cerca la via più breve e immediata. Nora, invece, dopo una difficile ricerca per stanare l’uomo, elabora un piano più raffinato. Paolo Dainese, però, l’omicida, si è sforzato per rifarsi una vita e, annaspando, sta riuscendo a rimettersi a galla.
Da anni Antonio Manzini aveva in mente questa storia, tratta da un fatto vero. E ha voluto scrivere non un romanzo a tesi, ma un romanzo psicologico su tre anime e su come esse reagiscono di fronte a un’alternativa morale priva di una risposta sicura. E leggendo queste pagine si resta disorientati, non solo perché l’autore ha scritto una storia diversa dalle sue trame che ci sono più famigliari, ma soprattutto perché è riuscito a raccontare, dentro gli intrecci propri di chi è maestro di storie, l’impossibilità di farsi un giudizio netto. Impossibilità di chi legge, e di chi scrive; ma anche dei personaggi che vivono la vicenda. Questi possono scegliere (e le loro scelte sono diverse) ma perché costretti a farlo, così come la vita costringe. Questa specie di cortocircuito, tra ragione e vita, è il dubbio etico che Manzini esplora in tutto il suo spazio.
Portare i fiori sulla tomba di un figlio è contro natura. Piangere sulla tomba di un figlio è contro natura. Vivere al posto di tuo figlio è anche peggio.

Scoperta l'uscita di questo libro avevo paura. Paura di ritrovarmi nell'ansia vischiosa di Orfani bianchi, una lettura che tanto mi aveva colpito ma che ad ogni pagina scavava un buco, dava un dolore, per lasciarmi poi sporca di un sacco di stereotipi. Dopo di essa ho temuto che per me Manzini fosse solo Rocco Schiavone, solo Aosta. Poi ho letto Gli ultimi giorni di quiete e le mie certezze sono andate a farsi benedire, Manzini le ha smontate una ad una, lasciandomi un libro meraviglioso tra le mani.

Protagonista di questo romanzo non è Nora, non è Pasquale, non è Paolo, è la giustizia. Quella di vedere un assassino dietro le sbarre, quella di sopravvivere al proprio figlio, quella di rifarsi una vita dopo aver sbagliato e aver pagato per ciò. Nora dopo la morte di Corrado non vive, sopravvive, accanto a quel marito meraviglioso e pieno di sensi di colpa. I turni nella tabaccheria di famiglia, le quattro chiacchiere con la sorella che abita vicino, le visite alla cugina. E poi un giorno lo vede, in treno, Paolo Dainese, l'assassino. È uscito di prigione. Si sa, le attenuanti, la buona condotta, lo sconto di pena. Nicola l'avvocato lo spiega a Pasquale. La giustizia in Italia va così, che ci vuoi fare. È giusto? Non lo è manco vedere il proprio figlio in una pozza di sangue, figurati trovarsi chi lo ha ucciso a piede libero vicino casa. Ora, dopo quel viaggio, tutto si riapre, il dolore, la confusione, l'angoscia, l'insonnia, l'odio verso chi ha ancora una vita, la voglia di... cosa? Farsi giustizia da soli? Farla finita una volta per tutte? Forse...

Dubbio etico. Leggendo la sinossi qui sopra il termine che più mi è rimasto in testa è questo. Dubbio etico. Mi sono sempre reputata una persona se non di sani principi almeno intelligente, che conosce cosa sia giusto e cosa sbagliato, che paga le tasse anche se preferirebbe usare quei soldi per altro, che giudica le persone per come si comportano e non per razza, religione, sesso, che se non crede nella giustizia almeno, ingenuamente, ci spera. Insomma credo di essere una brava persona. Questa lettura mi ha messo in crisi. Manzini riesce a mettere in dubbio lo stesso concetto di giusto e sbagliato. La lettura inizia con la certezza che Corrado non abbia avuto giustizia, che Nora e Pasquale abbiano tutto il diritto di fare qualcosa, di odiare tutto e tutti, anche quel nipote nato con un ritardo cognitivo, lui vive e Corrado, il loro Corrado, con un futuro davanti, la laurea vicina, la fidanzata storica, lui è morto. Eppure... piano piano si muovo in noi tanti se, tanti ma. Ci facciamo un'opinione anche su di loro, sui genitori, sul loro non vivere più. In breve ci rendiamo conto di non sopportare Nora con tutto il suo odio, il suo dolore, il suo insano egocentrismo. Nora che dovremmo compatire, per cui dovremmo provare affetto, diventa un personaggio urticante, fastidioso. È come se tutto il suo odio le si rinfacciasse.

E Pasquale? Il mite, semplice Pasquale. L'uomo buono, che passa il suo tempo tra la tabaccheria e il garage a riparare la sua moto, un ammasso di ferro che non vedrà mai la strada, un'altra vita interrotta quel giorno di 6 anni prima. Pasquale è quello che mi ha fatto veramente pena, perso nella sua vita, non sa che strada prendere, con Nora, con Corrado, con Paolo. Ci prova a reagire, ma si rende presto conto che non ne è in grado, che quel senso di colpa lo frena, lo abbatte, sempre di più.

Paolo è l'assassino. Il colpevole di tutto, carnefice ma presto anche vittima. perchè lui ha scontato la sua pena, in galera c'è stato, ha fatto tutto quello che un tribunale gli ha imposto. Non è arrivato anche per lui il momento di rifarsi una vita? Di avere una donna, magari sposarla, farci un figlio, di comprare quella casa che gli piace tanto, lui che una casa non l'ha mai avuta. Non è arrivato anche il suo turno di chiudere con il passato e vivere felice? No, perchè un giorno è salito sullo stesso treno di Nora e ha messo così in discussione le loro vite e la giustizia di un intero paese.

Cosa è giusto, cosa è sbagliato? Voi sapreste rispondere? Io no, ora no. In appena 240 pagine Manzini riesce a mettere in discussione un sistema di valori che credevo saldo. Cosa avrei fatto io nei panni di Nora o in quelli di Paolo? Non lo so. Quello che so, quello che ho sentito, è stato il dolore, il senso di perdita e di sconfitta. Da entrambe le parti è questo quello che resta, la sconfitta. Di non farcela ad andare avanti, di non saper perdonare, di non saper lottare o resistere. Nora e Pasquale perdono tutto, un figlio, un matrimonio, la propria compassione; Paolo perde la libertà, le possibilità, un futuro. Il finale chiude lo stomaco, ti lascia il vuoto negli occhi, ma sopratutto mi ha lasciato la sensazione contrastante che tutto sia finito ma che niente sia veramente concluso. Manzini ci dà una data precisa di quando tutto abbia avuto inizio ma non ci da una fine, ci lascia lì ad annaspare in quel dolore soffocante.

Quando uno dei nostri scrittori preferiti esce dalla serie con cui lo abbiamo conosciuto noi lettori storciamo sempre un po' il naso. Siamo curiosi ma anche molto diffidenti. Questa volta però sono contenta che Manzini lo abbia fatto, che abbia lasciato Rocco ad Aosta a capire cosa ne sarà della sua vita, magari a fare una passeggiata veloce con Lupa, e ci abbia portato con se a Pescara perché ci ha dato un libro intenso, pieno, forte, un racconto a volte sfibrante per il dolore che ci riversa addosso, per quel senso di perdita infinito, ma che ci fa mettere in discussione tutto, anche quello che siamo o pensiamo, anche quella quiete che ci illudiamo di avere creato.

Alla prossima




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