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Recensione: La stanza delle mele - Matteo Righetto

Buongiorno lettori, 
il libro di cui vi parlerò oggi è uno di quelli su cui devo sempre riflettere un po' perché mi è piaciuto, e molto, ma soprattutto mi ha lasciato... non so bene neanche io cosa ma è una sensazione particolare, un brivido, un magone, insomma qualcosa che me lo ha fatto sfogliare di nuovo terminata la lettura, mi ha fatto rileggere le parti sottolineate. Grazie alla Feltrinelli (anche per la copertina, bellissima e... opaca!) ho potuto leggere in anteprima il nuovo libro di Matteo Righetto, La stanza delle mele, in uscita proprio oggi in tutte le librerie. Spoiler: tenete conto che oggi dovete fermarvi in libreria. 


Nella vita non esistono grandi misteri. I misteri non sono che segreti, e i segreti tornato sempre a galla  attraverso le leggende. A volte basta un piccolo fatto per risalire alla verità che dalle leggende conduce alla Storia. Ecco perché tutti si spaventarono alle tue parole, perché un minuscolo sassolino può smuoverne altri e risvegliare una grande frana che riporta alla luce tutto il Negher. Tutti hanno qualche segreto da nascondere in quei boschi. 
Come spiegare la montagna ad una che abita e ha sempre abitato al mare e che è andata una volta sola in vita sua in Cadore e non sapeva che fare se non fare il tour dei mercatini di Natale? Ecco, leggere questo libro è un ottimo punto di partenza per far capire non solo l'amore per un territorio così difficile e a volte crudele ma incredibilmente bello, ma anche cosa voglia dire sentirsi a casa solo lassù tra i boschi e i pascoli, circondati dalle vette, con il profumo dei legni che ti si attacca alla pelle. Come mi immagino Giacomo, il piccolo protagonista di questa vicenda? Non so fisicamente, forse biondo e magrolino, ma sono sicura che al suo apparire si possa sentire il profumo del cirmolo (no tranquilli, non faccio quella che sa tutto, che fosse un pino l'ho dovuto scoprire anche io su internet). Anche perché Giacomo il legno lo conosce e lo ama, lo sente pronto sotto alle sue mani già dure e callose, nonostante i soli 11 anni, per essere intagliato e diventare un lupo o un gufo, tutto ma non un crocifisso perché quelli proprio non gli piacciono. 

Proprio davanti ad un alto albero nel Bosch Negher inizia il racconto. Qui, cercando la roncola dimenticata dal nonno, Giacomo vede un uomo impiccato. Il bosco è frustrato da un terribile temporale, i tuoni rimbombano nella valle, non si vede niente, ma l'unica cosa che sa è di dover correre via, non fermarsi, non voltarsi, correre a perdifiato giù, lungo il versante, ancora più veloce, verso casa. Sa anche che quello dovrà essere il suo segreto, altrimenti saranno botte, perché il nonno non gli crederebbe. Non gli crede mai, non lo guarda mai e non sorride mai. È duro con tutti il vecchio Nef ma con il più piccolo dei nipoti anche di più, perché è nato quando il padre era già disperso in Russia ed è l'ultimo rimasuglio della madre, morta troppo presto di malattia. E dopo le botte viene la stanza delle mele, il ripostiglio in cui lo chiude in punizione, una notte, un giorno, forse di più. Con tutto ciò Giacomo dovrà fare i conti anche negli anni a venire, quelli lontani a studiare e poi quelli a Venezia, quando, affermato scultore, gli rimarrà un ultimo passo da fare, sempre lassù su quelle montagne, per scoprire chi era l'impiccato del Bosch Negher. 

Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo libro. Quello che non avrei mai immaginato è che mi sarei affezionata dopo poche pagine non solo a Giacomo (e come non farlo?) ma anche al mondo che lo circonda. Lui ci parla dei suoi monti, li nomina uno a uno come se fossero degli amici, e ci mostra i boschi, gli animali, i pascoli. È una piccola guida convinta che sarebbe nato, cresciuto e morto all'ombra di quelle montagne, mentre la vita per lui aveva in programma bene altro. Ma con Giacomo conosciamo anche il dolore e la crudeltà, la durezza di un modo di vivere che non lascia scampo, non ti abbandona neanche per un giorno, neanche se devi andare a un funerale o se la sera prima il nonno ti ha spaccato qualche costola a suon di bastonate. È una vita dura, ma a 11 anni, senza mamma e papà, con i fratelli grandi e gli amici di cui non ti puoi fidare anche di più e lui lo impara subito, come impara a custodire gelosamente i suoi segreti e i suoi tesori, sotto un'asse di legno, dove nessuno potrà trovarli, anche dopo 40 anni. 

Mentre leggevo scuotevo la testa, un po' presa dalla compassione per questo bambino (ad 11 anni che vuoi essere?) che ha un grande sogno ma che la vita ha costretto a crescere in fretta, che spera ancora di essere salvato da quel papà mai tornato dalla ritirata di Russia, ma anche incredula davanti alla durezza di un nonno che sembra non aver mai amato niente e nessuno. Poi, verso la fine, un po' lo capisci questo nonno che ha dovuto tenere su una  famiglia in un territorio difficile con quello, che ha visto due guerre devastare quelle montagne e strappargli il suo unico figlio. La sua granitica cocciutaggine, i suoi modi bruschi e cattivi sono frutto di un modo di vivere, di un luogo difficile e di una storia passata. Angelo Nef non è solo il nonno aguzzino, è anche la roccia salda a cui aggrapparsi, che non si ferma mai, colui che sa che bisogna fare una cosa terribile per tenere lontane le faine dai polli e dalle galline. 
E verso la fine tutti i nodi vengono al pettine, grazie a uno scarpone ritrovato nel fitto del bosco e a una rivelazione terribile. 

La stanza delle mele è un libro duro, a volte difficile, ma che ti lascia dentro una sensazione particolare. Una volta terminato ti sembra di aver visto veramente l'alba tingere di rosa le cime intorno a Daghè, di aver sentito il profumo dell'erba bagnata di brina o di aver assaggiato l'acqua che scorga al fistìl. È uno scontrarsi contro un muro di realtà, compatto, resistente, che ti toglie il respiro per un secondo ma che quando inspiri nuovamente è una marea di profumi veri e nuovi, di suoni e di silenzi. 
È l’estate del 1954, Giacomo Nef ha undici anni e con i due fratelli maggiori vive dai nonni paterni a Daghè, sulle pendici del Col di Lana, nelle Dolomiti bellunesi. “Tre case, tre fienili, tre famiglie.” I bambini sono orfani e l’anziano capofamiglia li tratta con durezza e severità, soprattutto il più piccolo. Il nonno è convinto infatti che Giacomo sia nato da una relazione della nuora in tempo di guerra e lo punisce a ogni occasione, chiudendolo a chiave nella stanza delle mele selvatiche. Lì il ragazzino passa il tempo intagliando il legno e sognando l’avventura, le imprese degli scalatori celebri o degli eroi dei fumetti, e l’avventura gli corre incontro una tarda sera d’agosto. Con l’approssimarsi di un terribile temporale, Giacomo viene mandato dal nonno nel Bosch Negher a recuperare una roncola dimenticata al mattino. Mentre i tuoni sembrano voler squarciare il cielo, alla luce di un lampo scopre vicino all’attrezzo il corpo di un uomo appeso a un albero. L’impiccato è di spalle e lui, terrorizzato, fugge via. Per tutta la vita Giacomo cercherà di sciogliere un mistero che sembra legato a doppio filo con la vita del paese, con i suoi riti ancestrali intrisi di elementi magici e credenze popolari.

LA STANZA DLLE MELE
di Matteo Righetto
Feltrinelli | I Narratori | 240 pagine
ebook €11,99 | cartaceo €18,00
7 aprile 2022 | link Amazon affiliato

Alla prossima




Commenti

  1. Ho conosciuto Matteo, eravamo giovani, avevamo sogni e una campanella in comune. Quella che dovevi suonare se volevi accedere nel mondo della Nico. La Nico era una cara amica di Matteo, tra i suoi mille meriti ha avuto quello di averci presentati.
    Anche se per due parole, due stronzate. Perché la vita in fondo si riduce a due parole e due stronzate.
    La Nico non è più tra noi, forse Matteo lo saprà forse no; la Nico portava in se il dono della narrazione.
    Ma non quella accademica e compiaciuta, quella spontanea e scanzonata.
    Quella che mi aspetto ora da Matteo.
    Matteo, avevi stile.
    Cazzo Matteo, hai stile.
    Stile fratello, hai nutrito la tua anima letteraria mentre io nutrivo ventri di cibo; usalo ti prego ma ricorda il ragazzo che eri.
    Spogliati del doppiopetto Liviano-Maldura e fammi godere.

    RispondiElimina

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